Giallo e Gialla: Il coraggio di scegliere

UNO

Un lampo illuminò il cielo e per un attimo la casupola malandata sembrò splendere. Poi il tuono scoppiò fragoroso, facendo tremare le vecchie pareti di legno come un tamburo battuto da un gigante.

Avvolta nella sua lunga coda inzuppata e arruffata, c’era una gattina che da una settimana aveva scelto la casupola come rifugio. Doveva essere stata usata come rimessa per la legna, a giudicare dal pavimento ricoperto di muschio morbido e pezzetti di corteccia. Chissà quale pastore l’aveva costruita e poi dimenticata!

Non era molto grande, poco più alta di un uomo accovacciato, e mostrava i segni del tempo. Il tetto, che un tempo si apriva per depositare la legna, aveva un buco sul lato destro, rendendo impossibile restare all’asciutto nelle notti di pioggia.

La facciata presentava un’apertura abbastanza grande da permettere alla micetta di entrare, mentre due travi spezzate nell’angolo sinistro minacciavano di cedere da un momento all’altro. Se avesse voluto continuare a vivere lì, prima o poi avrebbe dovuto trovare il modo di sistemare quel riparo di fortuna.

Un altro tuono squarciò la notte, la gattina sobbalzò, drizzò le orecchie e si avvicinò all’ingresso della casupola, il cuoricino che batteva all’impazzata.

Fu allora che notò un’ombra muoversi all’esterno, veloce e confusa. Andava da destra a sinistra e poi di nuovo indietro, come se cercasse qualcosa o fosse smarrita.

Un topo, forse? No, la coda sembrava troppo grande. Ma era davvero una coda… o una testa?

La figura si fece sempre più vicina, sempre più vicina, finché non si scontrò contro il muso della gattina e rimbalzò all’indietro. Un nuovo lampo rivelò gli occhietti impauriti di uno scoiattolo.

— Oddio! — urlò la creaturina scattando in piedi. — Ti-ti prego, non farmi del ma-male! Non volevo ve-ve-venirti addosso, perdonami! Me-me-me ne vado su-subito! — balbettò, cercando di riprendere la fuga… solo per inciampare dopo il secondo passo e cadere rovinosamente a terra.

— Sei ferito? — chiese la gattina, sporgendo la testa dal rifugio.

— Ehm… no. Cioè, sì… forse? Qual è la risposta migliore per essere risparmiati? — borbottò lo scoiattolo, agitato.

— Tranquillo, non ho intenzione né di mangiarti né di farti del male — rispose la gattina con tono sicuro.

Lo scoiattolo la guardò con sospetto.

— Ah, no? E come è possibile? — chiese dubbioso.

Un altro tuono illuminò il cielo.

— Ne sembri quasi triste… Vieni dentro, o ti prenderai un malanno — mormorò la micetta, trattenendo una risata.

— Sai com’è, voi bestiacce non avete la fama di essere misericordiose con quelli della nostra specie. —

— Proprio un bel complimento da fare a chi ti sta offrendo clemenza ed ospitalità. —

— Non entrerò! — esclamò incrociando le zampe. — Neanche per sogno! —

— Devo venirti a prendere e trascinarti qui dentro? —

— Non provarci neanche! Tieni le tue zampacce lontano da me! Preferisco prendermi un malanno piuttosto che offrirti la mia pelliccia su un piatto d’argento. —

— Credi davvero che tu debba entrare qui dentro per trasformarti in una preda? Potrei afferrarti in un salto! — sbuffò la gattina, alzando gli occhi al cielo. Quel piccoletto le stava proprio facendo passare la voglia di essere gentile. — E poi, se continui a startene lì fuori ferito, bestiacce molto più pericolose di me verranno a prenderti. —

— Magari non hai voglia di bagnarti e ti stai solo risparmiando la fatica di venirmi a prendere. E non sono ferito, tra poco mi rimetterò in cerca di un riparo — tuonò risoluto lo scoiattolo, scuotendo la testolina.

La gattina lo fissò con occhi sottili, la coda che si muoveva lentamente da un lato all’altro.

— Quindi pensi davvero che qualche goccia potrà fermarmi? — sussurrò con un sorriso malizioso.

Lo scoiattolo non fece in tempo a rispondere. In un solo balzo, la micetta gli fu addosso, con una precisione degna di un cacciatore provetto.

— EHI! NO! NOOOO! — strillò lo scoiattolo, cercando di scappare, ma in un attimo si ritrovò sollevato da terra, stretto con delicatezza tra denti affilati.

Scalpitò, si dimenò, agitò le zampette con tutta la forza che aveva.

— AIUTO! LASCIAMI! TI PREGO, NON MANGIARMI! — urlò, dimenandosi come un pesciolino fuori dall’acqua.

La gattina lo ignorò e lo portò all’interno del rifugio. Appena varcata la soglia, lo lasciò andare, e lui atterrò con un tonfo sul muschio umido.

Il piccolo roditore si tirò su in un lampo, il respiro affannato, il cuore che gli batteva come impazzito. Si tastò il corpo, incredulo di essere ancora intero.

— Ecco fatto — disse la gattina, lisciandosi con calma il pelo arruffato dalla pioggia. — Ora sei al sicuro. —

Lo scoiattolo la fissò, gli occhi spalancati per lo shock.

— SEI IMPAZZITA?! Potevi uccidermi! —

— Ma non l’ho fatto — rispose lei con un’alzata di spalle.

— Questo non cambia il fatto che avresti potuto! —

— Non avrei mai stretto troppo forte, tranquillo. Dovevi solo smettere di fare storie. —

Lo scoiattolo sbuffò continuando a tastarsi il corpo.

— Sei una pazza… — disse con il muso inorridito, staccandosi dal pelo una goccia di saliva.

— E tu un testardo. Ma ora sei all’asciutto. —

DUE

Il mattino seguente, lo scoiattolo si svegliò con un lieve gemito, aprendo gli occhi a fatica. Per un attimo, la confusione lo avvolse, poi ricordò di colpo dove si trovava. Scattò in piedi, solo per ricadere con un’imprecazione: la zampa ferita pulsava di dolore. Fu allora che notò qualcosa di incredibile. Una benda era stata avvolta attorno al suo piccolo arto.

Dall’altro lato della casupola, la micetta si stiracchiò pigramente, svegliata dal trambusto.

— Ti sei dato una calmata? — sbadigliò, socchiudendo gli occhi dorati.

— Mi hai fasciato tu? — domandò lui, ancora incredulo.

— Ovviamente! Sei svenuto appena hai chiuso gli occhi. Non potevo lasciarti lì per terra ferito.

Lo scoiattolo la osservò, combattuto tra gratitudine e diffidenza.

— Perché te ne andavi in giro con quel tempaccio? — chiese la micetta, inclinando la testa.

— Il mio albero... Un fulmine l’ha colpito in pieno. Si è spezzato come un ramoscello e io... io sono caduto insieme a lui — sussurrò, abbassando le orecchie e stringendosi nelle spalle.

Gli occhi della micetta si spalancarono.

— E la tua tana?

— Distrutta. Sepolta nel fango e nelle foglie. Non credo ne sia rimasto nulla.

Il silenzio li avvolse, mentre fuori la pioggia tamburellava ancora sui tetti sconnessi della casupola.

— Allora è deciso — annunciò la micetta, sistemandosi meglio la coda attorno alle zampe. — Fino a quando non avrai trovato un nuovo albero, resterai qui.

— Qui!? CON TE!?

— Hai un’idea migliore? — ribatté lei, alzando un sopracciglio.

Lo scoiattolino sospirò. La verità era che non ce l’aveva. Non aveva più nulla, in realtà. Si lasciò cadere su una vecchia asse di legno e si passò una zampa sulla faccia.

— Riposati, dai, sei tutto malconcio.

— Non mi piace stare fermo.

— Non mi sembra che tu abbia scelta — ridacchiò la micetta.

Lui le lanciò un’occhiataccia, ma alla fine si arrese con un sospiro.

— E almeno... c’è qualcosa da mangiare qui?

La micetta sbadigliò, riflettendo un momento.

— Cosa mangi di solito?

— Noci, ghiande, bacche... roba del genere.

Lei annuì, scrollandosi un po’ di polvere dalla pelliccia.

— Va bene. Ti recupererò qualcosa appena il sole sarà tramontato.

— E perché non adesso?

— Perché io ora me ne torno a dormire — rispose, acciambellandosi di nuovo. — Sono un animale notturno, io.

— E tu come sei finita qui?

La micetta non aprì gli occhi, ma la punta della sua coda si mosse leggermente.

— Ero in una cucciolata di sei. Ci hanno separati, ma siamo rimasti tutti nello stesso paese. Gli umani che sono toccati a me, però, non erano molto pazienti. La seconda volta che sono uscita senza permesso per esplorare un po’, mi hanno avvolta in una coperta e lasciata nel bosco.

— Ti hanno abbandonata?

— Già. Ma ho trovato questo rifugio e per ora non mi lamento. Non è un granché, ma non starò qui a lungo. Non appena la neve inizierà ad attecchire, mi presenterò alla porta dei miei futuri padroni. Sai, ogni giorno, da quando sono stata scaricata qui, vado in paese ed osservo, studio gli abitanti, appollaiata su qualche davanzale. Credo proprio di aver trovato la famiglia che fa per me. Hanno un grande balcone pieno di piante e due bambini con gli zaini, con i gattini, ed è proprio su di loro che cercherò di fare presa! Si può resistere a un piccolo micio senza una casa, bagnato e infreddolito sotto il periodo di Natale?

— E come ti chiami?

Lei sbuffò.

— Mi avevano chiamata Nerina.

Lo scoiattolo arricciò il naso.

— Non ti si addice per niente. Ti chiamerò... Gialla!

La micetta aprì un occhio fulminandolo.

— Gialla? Ma sei serio?

— Certo! Hai degli occhi gialli terrificanti! E poi, il giallo non mi è mai piaciuto come colore, esattamente come voi bestiacce.

Lei si rizzò a sedere, indignata.

— Ah sì? Beh, ti comunico che anche tu hai gli occhi gialli se non te ne sei accorto! Da ora in poi ti chiamerò Giallo!

— Ehi, non vale! Il mio nome è Rufus!

— E il mio Nerina, ma, a quanto pare, qui i nomi non contano nulla!

Si squadrarono per un momento, poi la micetta — o meglio, Gialla — tornò ad acciambellarsi con un sorriso sornione.

— Notte, Giallo.

Lo scoiattolo sospirò e si lasciò ricadere sul pavimento di legno, scuotendo la testa. Non era certo una buona idea sfidare un predatore da ferito.

— Notte, Gialla.

Il cielo si tinse di rosa e arancio, le ombre si allungarono e l’aria si fece più fresca. Dal suo angolo, Gialla si stiracchiò con uno sbadiglio, sollevando la testa con aria assonnata.

— Vado a cercarti qualcosa da mangiare — annunciò, scrollandosi l’umidità accumulata sul manto scuro.

Giallo la osservò mentre usciva silenziosa dalla casupola, muovendosi con la grazia tipica dei felini.

Solo quando l’oscurità avvolse del tutto il bosco, la micetta fece ritorno.

Balzò oltre la soglia con un’aria soddisfatta, stringendo qualcosa tra i denti.

— Ecco qua, non ho trovato di meglio — disse, lasciando cadere il bottino davanti al suo nuovo coinquilino.

Giallo si sporse curioso. Davanti a lui c’era un pezzo di focaccia dorata e fragrante.

— Cos’è?

— Una focaccia! L’ho presa in paese. Il panettiere non era proprio entusiasta di vedermi...

Giallo sospirò e tornò alla sua focaccia.

TRE

L’indomani Giallo si svegliò sentendosi un po' meglio. La zampa fasciata pulsava ancora, ma il dolore era meno intenso, e riuscì perfino a mettersi in piedi senza cadere subito a terra. La casupola era silenziosa, Gialla dormiva ancora, acciambellata con la coda attorno al muso. Lo scoiattolo mise un passo davanti all’altro con cautela ed uscì sulla soglia. L'aria del mattino era fresca e umida, il cielo sgombro di nubi. Il pensiero di dover ricostruire la sua tana lo assalì. Si guardò intorno, cercando con gli occhi la sagoma di un albero adatto, ma ogni tronco gli sembrava troppo esile, troppo basso o troppo alto, dai nodi scivolosi o dai rami sottili. Cosa sarebbe successo se un altro temporale si fosse abbattuto su di lui? E se avesse scelto il posto sbagliato e avesse dovuto ricominciare tutto da capo una seconda volta? Gialla sbadigliò rumorosamente, stiracchiandosi prima di posare gli occhi dorati su di lui.

— Stai per caso meditando? — disse avvicinandosi al suo nuovo amico.

— Stavo solo pensando... — mormorò.

La micetta lo squadrò per un istante, poi inclinò la testa. — Qualcosa ti preoccupa?

Giallo esitò. Poi, con un sospiro, decise di sfogarsi, in fondo anche lei si era aperta con lui. — E se non riuscissi a trovare un albero abbastanza resistente? Se scoppiasse un altro temporale e mi ritrovassi di nuovo senza casa? Non voglio costruire una tana in un posto che potrebbe crollarmi addosso. -

Gialla lo osservò in silenzio per un attimo, poi si fece più vicina, avvolgendosi la coda attorno alle zampe. — Sai una cosa? Ho un amico che potrebbe aiutarci.

Lo scoiattolo sollevò lo sguardo, incuriosito. — Un amico?

Lei annuì con un sorriso enigmatico. — Vive nella biblioteca del paese. È un tipo un po' strano, ma è un vero dotto. Se c'è qualcuno che sa come proteggersi dai fulmini e come scegliere un albero resistente, quello è lui. -

— E chi sarebbe? -

— Un topo di biblioteca — un sorriso sornione. — Letteralmente.

Giallo la fissò, interdetto. — Un topo? Vuoi dirmi che ti fidi di un topo? -

— Non un topo qualunque! — replicò con tono offeso. — Si chiama Arturo, ed è il topo più intelligente che abbia mai incontrato. Conosce ogni libro della biblioteca, sa tutto di tutto. Se esiste un modo per proteggerti da un altro disastro, lui lo troverà. -

Giallo rimase pensieroso per un attimo, poi annuì lentamente. — D'accordo. Andiamo a trovare questo Arturo. -

-No, tu ti riposerai ancora un giorno e, se domani ti sarai ripreso, inizieremo and ispezionare la zona in cerca di un albero per la tua casa. - sentenziò alzandosi e tornando sul suo giaciglio di muschio.

- Mi chiedo se questo sia tutto un sogno o veramente mi trovo di fronte ad un gatto non solo premuroso, ma anche “pacifista” ed amico di un topo. -

Gialla non rispose e con un respiro profondo tornò nel mondo dei sogni. Dopo il crepuscolo, partì di nuovo. — Torno presto, non preoccuparti — disse sparendo tra le ombre del bosco, il passo felpato impercettibile tra l'erba alta. Il tempo passò lento. La notte calò e l'aria divenne più fredda, ma di Gialla non c’era traccia. Lo scoiattolo iniziò a preoccuparsi. E se le fosse successo qualcosa? Se avesse incontrato qualche animale più grande di lei?

Alla fine, esausto, si addormentò, solo per essere svegliato di soprassalto da un rumore inquietante.

Il cuore di Giallo prese a battere all'impazzata. Si girò di scatto e vide un procione enorme infilare il muso dentro il rifugio, gli occhi che brillavano nel buio. Trattenne il respiro, doveva fare qualcosa ed alla svelta!

Tastò alla cieca lo spazio dietro di lui alla ricerca di un pezzo di corteccia o qualsiasi cosa utile a difendersi. Il procione avanzò, spalancando la bocca e mostrando i denti affilati. Fu in quel momento che una sagoma scura piombò dall'alto.

“Fffffsssshhhh!”

Un soffio furioso squarciò il silenzio e, in un battito di ciglia, Gialla atterrò accanto al procione.

L'animale barcollò per lo spavento, emettendo un grugnito strozzato. Gialla inarcò la schiena, gonfiando il pelo tanto da sembrare il doppio della sua dimensione. — VIA DI QUI, SACCONE DI PELO! — soffiò, artigliando l'aria con ferocia.

Il procione non attese un altro secondo, guaì e scappò nel buio del bosco, sparendo tra i cespugli.

Gialla si voltò con noncuranza e si infilò nella casupola, con la coda gonfia e il petto in fuori. — Hai visto che agguato? — disse con orgoglio.

Giallo la fissò, ancora con il fiato corto. — Ma come hai fatto, era due volte più grande di te?!-

La micetta si accoccolò e si diede una rapida leccata a una zampa, come se fosse stata una passeggiata. — Tutta una questione di tempismo e di gonfiarsi al punto giusto. Poi, con un sorriso malizioso, fece scivolare davanti a lui tre noci.

— Le ho prese al mercato del paese, è stato un gioco da ragazzi.

Giallo sgranò gli occhi. — Hai rubato queste?!

— “Rubato” è una parola forte — rispose lei con un’alzata di spalle.

— Diciamo che le ho prese per un giusto scopo. Sei affamato no?

Lo scoiattolo rise piano, scuotendo la testa. Quella gatta era incredibile.

Poi Gialla si fece più seria. — Il topo di biblioteca mi ha dato le informazioni che cercavamo. Ora sappiamo come scegliere il tuo albero. Domani, quando farà giorno e se starai meglio, inizieremo la ricerca. -

QUATTRO

L’alba aveva appena iniziato a colorare il cielo con sfumature rosate quando Gialla si stiracchiò, sbadigliando con aria soddisfatta.
— Andiamo, dormiglione, è ora di mettersi in viaggio! — disse con tono solenne, scuotendo il suo amico.
Lo scoiattolo sbatté gli occhi assonnato, ma prima che potesse protestare, la micia lo agganciò ai denti poco sopra al collo e, con un gesto fulmineo, lo lanciò in aria, facendoselo ricadere sulla schiena.
— Tieni forte! — esclamò, avviandosi con ampie falcate agili attraverso il sottobosco.

Giallo si aggrappò al pelo soffice, terrorizzato. Il vento gli scompigliava le orecchie mentre attraversavano i sentieri tra gli alberi.
— Allora, dimmi del tuo incontro con il topo.

— Ha detto che l’albero perfetto non è solo grande e robusto, ma deve avere tre caratteristiche fondamentali.

— Tre? E quali sarebbero?

— Uno: deve avere radici profonde, perché più sono radicate nella terra, più resiste alle tempeste — disse in tono solenne, rallentando il passo.

— Due: la corteccia deve essere spessa e resistente, per proteggerti dal vento e dal freddo.

— E tre: i rami devono essere alti, ma abbastanza accessibili, così puoi fuggire in caso di pericolo.

— E ti ha dato qualche indicazione su dove trovare un albero così?

— No, in realtà no. Giriamo, esploriamo e lo sentiamo.

Risero mentre attraversavano il bosco, passando accanto a pini altissimi, salici dalle fronde danzanti e castagni nodosi. Ogni albero sembrava promettente, ma nessuno era quello giusto.
Finché, dopo ore di cammino, si trovarono davanti a una quercia mastodontica. Le sue radici si snodavano nel terreno come serpenti, la corteccia era dura come la roccia, e i rami si innalzavano maestosi nel cielo.
Giallo rimase senza fiato. Avrebbe potuto costruirci un appartamento di dieci piani!
— È perfetta! — esclamò, ma poi si fermò, imbarazzato. — Non posso arrampicarmi tanto in alto, ridotto in questo stato.

Gialla si voltò e si accucciò leggermente.
— Reggiti forte.

Con un balzo, piantò gli artigli nella corteccia e cominciò a scalare, agile e sicura. Giallo si aggrappò, trattenendo il fiato, mentre lei si arrampicava con grazia fino a un ramo spesso e robusto.
— Eccoci qua!

Giallo guardò intorno: da lassù, la foresta sembrava un mare di foglie dorate, il vento gli accarezzava il muso. Era perfetto… eppure…
— Che c’è? — chiese Gialla, inclinando la testa.

Lo scoiattolo sospirò.

— Ho paura che non riuscirò a finire la tana prima dell’inverno. E se ci stessimo sbagliando? Se non fosse questo l’albero giusto? Se non riuscissi a farcela da solo?

Gialla roteò gli occhi.
— Dovresti farti meno problemi. Pensi troppo!
— Ma come faccio? Non so mai quale sia la cosa giusta da fare… — si rannicchiò, guardando il ramo sotto di lui. — Non so mai nemmeno cosa mi piaccia davvero.
La gatta lo osservò per un momento, poi si sdraiò accanto a lui, con la coda che dondolava nel vuoto.
— Sai come faccio io?

— No.

— Io mi ascolto.

— E come si fa? Ogni volta che provo, il cuore mi scoppia dalla paura.

Gialla sorrise.

— Non è così complicato. È una cosa istintiva, come quando preferisco i croccantini al cacciare.

— E come lo capisci?

— Lo sento. È una sensazione.

La stanchezza iniziava a farsi sentire, non era abituata a tutto quel movimento così presto.
— Sai cosa? Ho un’idea.

Giallo alzò lo sguardo.

— E quale sarebbe?

— Dobbiamo ingaggiare qualche picchio e qualche scoiattolo per aiutarci a costruire la tua tana.

Lui spalancò gli occhi.

— Cosa?! No, no, no! Io ho sempre fatto tutto da solo.

— Ma la tua zampa è ancora fuori uso e l’inverno sta arrivando… Ti ricordo che anche io me ne andrò a breve e non potrò proteggerti.

— Ma…

— Niente “ma”! Non c’è niente di male a farsi dare una mano.

Giallo sbuffò, tormentandosi la coda. Era davvero così sbagliato chiedere aiuto?
— E poi non preoccuparti per il pagamento, — aggiunse Gialla con un sorriso furbo. — Ci penserò io.

Quando finalmente raggiunsero la casupola, Gialla si lasciò cadere sul pavimento, sbadigliando.
— Adesso mi concedo il mio meritato riposo. > Giallo la guardò con gratitudine. Lei sembrava sempre così sicura, così decisa.
— Grazie, Gialla.

Nel cuore della notte, Giallo si svegliò di soprassalto. Il cuore gli batteva forte, il respiro corto. Un incubo.
Aveva sognato la sua casa perfetta, costruita con tanta fatica, distrutta da un fulmine nel bel mezzo di una tempesta.
Si riscosse dal sogno, cercando di calmare il battito frenetico nel petto. Fu allora che notò una sagoma illuminata dalla luna sulla soglia della casupola.
Era Gialla, se ne stava seduta immobile, gli occhi fissi su un punto indefinito davanti a lei.
— Va tutto bene?

Lei trasalì leggermente, poi distolse lo sguardo.

— Sì, cioè, no…

Giallo rimase in silenzio a lungo, lo sguardo pensieroso.
— Troverai una famiglia, Gialla, non abbatterti. Sei forte, intelligente… E poi, chi non vorrebbe una micia come te?
Gialla abbassò lo sguardo per un istante, poi annuì lentamente.

— Già… forse hai ragione.

Ma qualcosa nel modo in cui lo disse non lo convinse del tutto…

CINQUE

Il giorno seguente, con il sole ancora basso tra i rami, Giallo si ritrovò di nuovo in groppa a Gialla, mentre attraversavano il bosco alla ricerca di aiuto per costruire la sua tana.
— Ti senti un cavaliere sul tuo destriero? — chiese la micia con un sorriso divertito.
— Un po'… Ma tu potresti trottare con più grazia? — scherzò lui, aggrappandosi al suo morbido pelo.
— Oh, scusa, Sir Giallo, la prossima volta aggiungerò anche una sella di velluto! — ribatté lei, ridacchiando mentre saltava agilmente tra le radici contorte.
— E poi ti avevo detto che non avevo bisogno di aiuto, posso trovarmi un albero più piccolo! Tu devi andare al paese e cercare una nuova famiglia, ricordi?
— Fino a prova contraria, so badare a me stessa, non serve che tu mi dia degli ordini. Inizierò le ricerche non appena avremo trovato qualcuno che possa aiutarti con la costruzione della casa, non stare a discutere.
Dopo qualche altro passo, arrivarono a una grande quercia dove viveva una famiglia di scoiattoli. Non appena Gialla mise la zampa davanti all’ingresso della tana, si sentì un fruscio di foglie e subito una piccola testolina spuntò dalla cavità del tronco… seguita da un’altra, e un’altra ancora.
I cuccioli capirono ben presto di trovarsi di fronte a un gatto e si ammucchiarono impauriti dietro la loro mamma, formando una torre di codine tremanti e occhioni spalancati.
— Mamma, ci mangerà tutti! — squittì il più piccolo, cercando di nascondere il musetto dietro uno dei fratelli.
— No, sciocchino! — sibilò un altro. — Prima mangerà te, che sei il più grasso!
Il piccolo lanciò un gridolino indignato e si girò verso la madre con gli occhi umidi.
— Mamma, Tommy ha detto che sono grasso!
— Ssshh! — La madre scoiattolo li abbracciò tutti con la coda, cercando di mantenere un’aria autoritaria nonostante il panico evidente nei suoi occhi. Era chiaro che stesse facendo dei rapidi calcoli su quante possibilità avessero di sopravvivere fuggendo all’istante.
Gialla si sedette con eleganza, incurante della tensione, e si passò una zampa dietro l’orecchio con estrema nonchalance.
— Oh, per le vibrisse di mia nonna, ma che modi! Non sono mica qui per mangiarvi.
— No? — chiese la madre scoiattolo con voce esitante.
Giallo sbucò da dietro la sua amica e si schiarì la voce, tentando di riportare la conversazione su binari meno inquietanti.
— In realtà siamo qui per chiedervi aiuto. Ho bisogno di una tana per l’inverno e la mia zampa è debole dopo che un tuono si è scagliato sul mio albero, facendomi perdere tutto ciò che avevo. La mia amica qui — disse, indicando Gialla — dice che potremmo lavorare insieme e lei si occuperà della ricompensa. E no, non vi mangerà né tenterà di farvi del male, diciamo che ha gusti diversi da quelli che potete pensare.
— Esatto. — La micia sfoderò un sorrisetto furbo. — Cibo in abbondanza, frutta secca, noci, focacce rubate al mercato… tutto quello che volete!
A quelle parole, le orecchie della mamma scoiattolo si drizzarono. I suoi occhietti brillarono di un interesse improvviso.
— Focacce?
— Focacce morbide, ancora calde e gonfie — Gialla fece una pausa teatrale. — Ve le lascerò davanti alla tana senza chiedere nulla in cambio, se non l’aiuto che serve al mio amico.
Ci fu un silenzio sospettoso. Poi la mamma scoiattolo si girò verso i suoi piccoli.
— Bambini, che ne pensate?
I cuccioli si scambiarono un’occhiata. Poi, il più piccolo alzò una zampina.
— Io dico che dobbiamo aiutare. Il cibo è sacro.
Uno dei fratelli lo fulminò con lo sguardo.
— Tu dici sempre di sì quando si parla di cibo.
Alla fine, la mamma scoiattolo sospirò e fece un passo avanti.
— Va bene, affare fatto. Ma vogliamo un extra di focacce.
— Affare fatto! — Gialla fece un cenno elegante con la testa, come una vera gatta d'affari.
Dopo il successo con la famiglia di scoiattoli, Giallo e Gialla continuarono la loro ricerca di aiutanti, viaggiando per il bosco come due veri esploratori.
Il primo a unirsi a loro fu un picchio dal becco affilatissimo, che, dopo essersi lamentato del disturbo mentre stava scavando nel tronco, accettò di aiutare.
— Ma vi avverto, io lavoro solo su legno di qualità! Niente legnetti marci o cortecce che si sbriciolano! — dichiarò con aria professionale.
— Perfetto, allora sei proprio l’uccello che fa per noi! — esclamò Gialla, facendo un piccolo inchino.
Poi trovarono uno scoiattolo più anziano, con la coda spelacchiata e un'espressione costantemente accigliata.
— Aiutare? Bah, quando ero giovane io ognuno si costruiva la propria tana da solo! — brontolò.
— Sì, sì, certo… e quando eri giovane tu gli alberi erano ancora piante appena nate. — Gialla sbadigliò. — Ma se ci aiuti, ti faccio avere delle nocciole delle migliori.
Lo scoiattolo sospirò rumorosamente, scosse il muso e alla fine borbottò:
— D’accordo, ma solo perché mi secca vedere uno scoiattolo così giovane incapace di fare da sé.
Giallo sbuffò, ma ringraziò comunque.
Poi arrivarono due pettirossi, fratelli inseparabili, che accettarono subito senza troppe pretese, entusiasti all'idea di partecipare a un progetto.
— Noi possiamo portare muschio per rendere più morbido l’interno della tana!
— E piume! E rametti intrecciati! Sarà bellissimo!
Infine, quando pensavano di aver finito, incontrarono un ermellino.
Era seduto su una radice come se fosse un trono, con la pelliccia bianca perfettamente pulita e lo sguardo altezzoso.
— Avete bisogno di manodopera qualificata? — chiese con tono elegante.
Giallo e Gialla si scambiarono un’occhiata perplessa.
— Ehm… dipende. Cosa sai fare? — chiese Gialla.
L’ermellino alzò il muso con fierezza.
— Posso supervisionare, posso fornire consigli di estetica, posso motivare gli operai.
— …Quindi non lavori davvero? — chiese Giallo, inclinando la testa.
— Lavorare? Oh, che parola così… volgare.
Gialla sospirò.
— Va bene, puoi venire lo stesso. Qualcuno dovrà pur controllare che tutto fili liscio.
L’ermellino annuì soddisfatto.
— Allora è deciso. Sono dei vostri.
E così, con una squadra alquanto improbabile ma perfettamente assortita, Giallo e Gialla tornarono verso la casupola, pronti a dare inizio ai lavori per la tana più sicura, calda e accogliente di tutto il bosco.

SEI

I lavori cominciarono a pieno regime, con Giallo come sovraintendente e la sua amica gatta che faceva avanti e indietro, mantenendo la promessa di focacce calde e altre prelibatezze. Il tempo da trascorrere insieme, per i due ormai diventati amici, era sempre più limitato, presi com'erano dai loro impegni. I giorni si susseguirono velocemente, pieni di lavoro, ma la fatica non sembrava scalfire lo spirito di Giallo, che si destreggiava tra un compito e l'altro con una determinazione incrollabile.

Una sera, però, tornò prima del previsto alla casupola, spinto dalla stanchezza e desideroso di passare un po’ di tempo con la sua amica per chiederle aggiornamenti sulla sua ricerca di una famiglia. L’autunno stava ormai per finire e non avrebbero più avuto molte sere da trascorrere insieme.

Quando raggiunse la casupola, la trovò seduta, gli occhi concentrati su una pagina aperta davanti a lei, che scorrevano velocemente.

— Ti ho beccata.

Gialla sussultò, poi si affrettò a chiudere il libro con un colpo di coda.

— Non sto facendo niente!

— Stai leggendo mi sembra.

Lei sbuffò e girò la testa di lato, evitando il suo sguardo.

— E allora?

— E allora niente, non sapevo leggessi. Perché non me l’hai mai detto?

Gialla si alzò stiracchiandosi e si sedette con la coda ben avvolta attorno alle zampe.

— Perché non è… roba da gatti.

Giallo sbatté le palpebre, confuso.

— Cosa significa che non è roba da gatti?

— Al posto di cacciare prede faccio rifornimento di croccantini e focacce in paese, convivo con uno scoiattolo, non faccio nulla per cui possa sentirmi un vero gatto. Se poi si sapesse in giro che leggo anche, sarei proprio… sbagliata.

Giallo si sentì ribollire dentro.

— Sbagliata per chi?!

Gialla abbassò lo sguardo.

— Per tutti quelli della mia specie credo. Io… mi sono sempre sentita sbagliata.

Giallo soppesò i suoi pensieri, poi, trovando il coraggio, chiese:

— Allora dimmi la verità. Vuoi davvero trovare una famiglia prima dell’inverno? O è solo quello che pensi sia giusto che un gatto faccia, come per la storia dei libri?

Gialla rimase in silenzio. Per un attimo, Giallo temette che non gli avrebbe risposto, ma poi, con voce più bassa, disse:

— Il mio sogno… sarebbe poter continuare a leggere.

Disse titubante, poi si accoccolò sulla sua pila di libri e si schiarì la voce.

— Non è mai esistito un Topo di Biblioteca. Sono sempre stata io. Io sapevo tutte quelle cose. Mi piace imparare, leggere, scoprire il mondo… Ma come faccio?

Se mi faccio adottare, vivrò chiusa in casa, senza poter correre libera per il bosco, rubare focacce e intrufolarmi in biblioteca. Se resto qui, come sopravviverò all’inverno? Sono piccola… e l’inverno è lungo, pieno di predatori, i sentieri si riempiono di neve e sarà più difficile arrivare in paese per recuperare dei croccantini.

Giallo la osservò a lungo poi disse la cosa più semplice, eppure più ovvia.

— Allora perché non sistemiamo la casupola e non iniziamo ora a far scorta di croccantini?

Gialla non rispose subito. Rimase ferma, con gli occhi che scivolavano sulla pagina del libro, come se le parole di Giallo non l’avessero toccata. Per un attimo, sembrò quasi che non avesse sentito. Ma iniziava a conoscerla bene per non notare il piccolo movimento della coda che, con un gesto veloce, tradiva una reazione.

— Ci pensiamo domani — disse infine, quasi distratta, mentre si raggomitolava accanto al libro.

Giallo rimase in silenzio, cercando di capire cosa significasse quella risposta. Non era un no definitivo, lo sentiva. Era più come una promessa rimandata, una questione rimasta sospesa nell’aria. Forse non era il momento giusto per parlarne, ma non era nemmeno il momento sbagliato. Nel percorso verso la felicità, a volte è necessario prendere decisioni coraggiose, anche quando non si ha la certezza del risultato.

La felicità ha bisogno di scelte coraggiose.

I giorni passarono e l’inverno avanzò con il suo soffio gelido. Giallo osservava la casupola ogni volta che tornava dalla sua tana in costruzione, ma Gialla si faceva vedere sempre meno. Ogni tanto appariva di sfuggita, portando qualche boccone rubato per i suoi operai, poi spariva di nuovo, sempre più sfuggente, sempre più distante.

Nel frattempo, la casa di Giallo era pronta. Resistente, calda, perfetta per affrontare il lungo inverno.

La notte prima del trasferimento, il cielo era coperto e l’aria gelida portava con sé i primi fiocchi di neve. Giallo si avvicinò alla casupola, dove Gialla era raggomitolata su una pila di vecchie coperte, il naso affondato nella coda.

— Alla fine non l’hai mai sistemata.

Gialla sbadigliò e si stirò senza fretta.

— Di cosa parli?

— Della casupola. Del tuo posto.

Lei si leccò una zampa con indifferenza.

— Oh, sì. Non ho avuto tempo.

Giallo si accigliò.

— E… hai trovato una famiglia?

Gialla alzò le spalle.

— Non ancora, vedremo come andrà a finire.

Giallo sentì l’irritazione salire.

— Ma che vuol dire "vedremo"?!

— Vuol dire che vedremo.

— Ma l’inverno è alle porte! Dove andrai? Come farai?

Gialla sbuffò, infastidita.

— Ti preoccupi troppo.

— No, tu non ti preoccupi abbastanza!

Lei lo fissò per un momento, poi, senza dire nulla, si alzò e si dileguò nel buio.

Giallo rimase da solo nella casupola, con il cuore pesante e mille domande in testa.

La mattina dopo, prima di partire per la sua nuova casa, si avvicinò piano alla sua amica, senza svegliarla. Gialla se ne stava raggomitolata nella sua solita posizione, gli occhi chiusi.

— Spero di rivederti quando finirà il letargo.

Lei non si svegliò, non si mosse nemmeno.

Con un ultimo sguardo, Giallo voltò le spalle e se ne andò.

EPILOGO

L’inverno arrivò. La casupola non resse a lungo, stanca e consumata dal peso della neve. Quando crollò Gialla si ritrovò senza rifugio, le travi spezzate che si accasciavano sulla terra.

Seduta tra i resti di quello che era stata in qualche modo la sua casa, fissò i frammenti con il cuore pesante, ma non si lasciò sopraffare dalla tristezza. Piuttosto prese una decisione. Non si sarebbe abbattuta. Non quel giorno, e nemmeno i prossimi.

Non cercò una famiglia. La solitudine, che un tempo l'aveva spaventata, era ormai diventata una compagna silenziosa, non le importava del giudizio dei suoi simili, non le importava di essere diversa, aveva trovato il suo posto nel mondo, in quel bosco con i suoi amici.

Una notte, con le zampe gelate e il vento che ululava tra i rami scheletrici degli alberi, Gialla si accucciò davanti al buchetto della casa di Giallo. Il pensiero che qualche predatore potesse infilarsi dentro e mangiarlo mentre lui dormiva tranquillo la tormentava incessantemente. Così, con il fiato corto e il corpo intirizzito dal freddo, decise che sarebbe rimasta lì, notte dopo notte, vegliando su di lui. Una coperta strappata dalle ceste del mercato la proteggeva dal gelo.

Avrebbe resistito. E lo avrebbe fatto per sé, per la sua indipendenza, per la sua libertà. Con l’arrivo della primavera ed il risveglio di Giallo e gli altri si sarebbe costruita una tana tutta sua, un rifugio sicuro, resistente, da chiamare finalmente casa. Avrebbe continuato a leggere, per sé, per il piacere di imparare e crescere. E, perché no, forse avrebbe anche insegnato qualcosa a chi voleva imparare. Ogni passo in quella direzione le sembrava un piccolo trionfo, un atto di coraggio che la spingeva più vicino ai suoi sogni.

Era il momento di essere coraggiosi. Era il momento di guardare avanti, con la consapevolezza che per trovare la felicità nella vita, a volte bisogna fare scelte difficili, rischiose, ma autentiche. Era il momento di seguire i propri sogni. Solo chi ha il coraggio di affrontare la tempesta può sperare di vedere il sereno e lei, lo avrebbe fatto al fianco del suo amico per tutto il tempo che avrebbero avuto.